Nobraino – Disco d’Oro. Intervista a Lorenzo Kruger.

Quando si forma una nuova scena musicale, o presunta tale, il rischio è sempre quello di eleggere un paladino e seguire lui, la sua dottrina.
Così quando Il Teatro Degli Orrori si è imposto come faro per il nuovo underground si è temuto il peggio, ossia che il fascio d’erba delle nuove proposte venisse dimenticato in favore di cloni o tentativi di imitazione. La cosa più sorprendente è che questa volta non è andata così, e se dobbiamo prendere tre esempi per musicare gli ultimi 5 anni ci sarebbero: il Teatro degli Orrori, Le luci della Centrale Elettrica e i Nobraino.

Tutte tre le band hanno sorpassato l’ansia del debutto e la difficilissima prova del secondo album, ma i più freschi sembrano essere proprio il quartetto romagnolo guidato, sul palco, da Lorenzo Kruger che da voce alla musica dei Nobraino.

La freschezza non sta più nell’innovazione, o meglio, è l’innovazione a non essere più una cosa fresca quanto la fusione; nell’arte dei Nobraino si ascolta la classica forma cantautorale e folk abbinata a un nuovo linguaggio che si ispira al rap proponendo poesia melodica.

“Quando sei ragazzino e scrivi molto bene ti gasi!” ci spiega Lorenzo Kruger “Poi arriva l’esperienza e uno cerca di migliorarsi seguendo i propri maestri ponendo come obiettivo quello di realizzare canzoni che anche tra 10 o 20 anni risultino belle; cerchiamo di scrivere cose che possano interessare il pubblico perché oramai c’è una piena conoscenza di chi ti viene ad ascoltare ai concerti… non esistono più quelli che dicono: ‘No io scrivo solo per me’, sono fisse mentali poco credibili oramai”.

Al telefono la voce di Lorenzo mantiene tutta la profondità timbrica e la stessa precisione linguistica delle sue canzoni; con un dono del genere avere l’ispirazione giusta per scrivere testi è fondamentale.
“Sono colpito da questa domanda che ricorre spesso nelle interviste, e non riesco a giustificarne il motivo. A meno che uno non sia incuriosito dal fatto che mia madre… (in riferimento a ‘Tradimetuz’ dove si sente Lorenzo cantare: ‘Sono ciò che resta di un momento / di debolezza e peccaminosità / io sono figlio di un volgare tradimento / mia madre debole di carne mio padre debole di suo’), ma è una risposta banale. Forse scrittori migliori riescono ad estraniarsi dalla propria vita, io scrivo con i miei occhi e cerco di idealizzare il quotidiano. Ma non sono un attualista, non riesco a scrivere, per esempio, di ADSL, è un tema che non trovo interessante se non tra 10 anni quando la ADSL sarà diventata qualcosa di solido. Insomma, se io ti devo fare una foto devo evitare che dietro di te passi una Punto azzurra, al limite ci può stare un autobus che è qualcosa, appunto, di più solido”.

Ma non tutti i brani sono così descrittivi, prendiamo “Bunker”: una strofa recitativa su freddure, mode passate e frasi apparentemente nonsense “pensi a mettere quei robi nel coso/quei cosi nel robot” per poi aprirsi nel ritornello con “l’ignoto più profondo che fa il ghiaccio sulla strada”.
“Questo è un testo fatto apposta per creare una suggestione soggettiva, come ‘Bunker’ che non richiedono particolari termini di comprensione. Fondamentalmente è un pezzo rap”

Ma il rap parte da differenti presupposti?
“Vedi, i rapper hanno il problema di essere troppo pragmatici, vogliono la concretezza ed è forse proprio per questo che non matura mai come una forte forma d’arte. Sono troppo attualisti e votati al giorno stesso che stanno vivendo: vogliono i soldi la sera per quello che hanno fatto al mattino. E’ una scadenza troppo breve”.

Ma è una cultura in espansione, in Italia.
“E’ vero, l’hip hop sta segnando la cultura italiana, si fa fatica a non sentire certe cose e non incamerarle. Ogni tanto infatti provo a fare degli esercizi, ma non sono mai riuscito a trovare una forma che mi piacesse”.

E questa era la parte letteraria.

“Dal punto di vista musicale cerchiamo un bilanciamento classico mischiando le cose più moderne, come ad esempio le parolacce se ci stanno e si coniugano in una forma classica. E’ come prendere De Andrè o Paolo Conte e applicargli una dinamicità alla Jovanotti”.

I Nobraino sono arrivati al 2012 dopo 18 anni di concerti, dopo una lunghissima convivenza che spesso stronca tutte le unioni musicali; all’inizio suonavano ovunque e per qualsiasi budget, se di budget possiamo parlare. Ma questo taglio low-profile gli ha permesso di suonare in oltre 100 date all’anno, di formarsi sul palco, di creare uno spettacolo, non solo un semplice concerto, di realizzare dischi, di venderli perché gonfi di belle canzoni. Poi è arrivato il momento di salire quello scalino che ti toglie dai pub a 100 Euro a serata, e come per magia hanno incontrato Giuseppe Casa di MarteLive.

“Dovevamo delegare a qualcuno, perché un musicista da solo tende a prendere le date anche gratis; lui si è innamorato del progetto e dopo un lunghissimo corteggiamento siamo riusciti a trovare un accordo; così abbiamo inserito un’altra marcia” e aumentato il cachet delle serate, fino ad arrivare sul divano televisivo della Dandini dove sono letteralmente esplosi a livello popolare tanto da scalzare Il Teatro degli Orrori nel sondaggio di XL Magazine su chi fosse la miglior indie-band dell’anno 2010.

Dalla loro esperienza si può dedurre che non sono un’esatta chase study, non possono esser presi ad esempio perché troppo sbilanciati verso il talento, quella cosa impalpabile e incodificabile che tutti sono convinti di avere appena imbracciata una chitarra.

 

Disco D’Oro
MarteLabel

Possiamo utilizzare tante etichette quasi quante sono le tracce dell’album per cercare di spiegare la musica presente in “Disco d’Oro”: folk, pop, rock, rap, cantautorato, d’autore e relative fusioni.
Ma la migliore rimane: E’ come prendere De Andrè o Paolo Conte e applicargli una dinamicità alla Jovanotti [cit. Kruger].

Con due prime donne: l’iniziale “Tradimentuz” della quale abbiamo già parlato, e “Bademaister”, una canzone che inizia come un cielo nuvoloso su una spiaggia gelata, ma in verità racconta la storia di Primo, il bagnino della riviera che ‘sciupa’ le femmine germaniche in vacanza; un tipo agricolo con un cuore così che ti offre anche il biliardino al bar, che quando saluta le sue prede le consola con un  ‘dai biondina non piangere’ aggiungendo tre parole spicciole in lingua ‘mi capisci quando parlo?’. Ma le biondine aumentano, arrivano da tutta Europa, ma i suoi vocaboli rimangono tre e alla fine sbotta ‘MI CAPISCI QUANDO PARLO? MA CHE CAZZO DI LINGUA PARLA QUESTA!?!?!!?’.

L’altro punto fondamentale nella musica dei Nobraino è la concretezza compositiva; si percepisce a pieno la loro professionalità e il rispetto della canzone in quanto veicolo per comunicare, un modo artigiano di fare musica che ti permette di seguire Kruger nelle profondità liriche oppure adagiarsi semplicemente sull’euforia musicale di superficie.

Sul web:

Di seguito il video di “Film Muto”

Questo il nuovo singolo “Record del Mondo

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